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11 gen 2010

Intervista a due Architetti palermitani

Da tempo pensavo di fare una breve intervista a due colleghi che ritengo siano singolari sia per la grande umiltà che li contraddistingue sia per la abilità compositiva che li fa ai miei occhi dei bravi architetti nonostante operino nel pessimismo generalizzato della Sicilia. Loro portano avanti, senza far chiasso, il concetto di architettura contemporanea ed ecosostenibile nei lavori pubblici come nel settore del privato. Ho avuto la fortuna di conoscerli e per un breve periodo collaborare con loro a Palermo, città dove entrambi tuttora svolgono la professione. Rappresentano quella fetta di professionisti che si dedica con passione e dedizione ad uno dei lavori più affascinanti cioè quello di fare l’”Architetto” tenendo fuori da tutto le logiche che appartengono ai politici, ai politicanti, agli aspiranti tale che purtroppo esistono più di quanto immaginavo nella nostra professione.

Gli architetti sono: Enrico Anello e Fabia Adelfio entrambi 38 anni.

Clicca sul Titolo per leggere l'intervista e la breve Biografia

L’intervista:
Il periodo storico che stiamo attraversando non è da considerarsi felice per l’architettura, inoltre la poca considerazione che anche le istituzioni hanno verso questo settore è rilevante. In Italia quello dell’architetto è un mestiere che sembra offuscato, desueto. Come impostate il vostro lavoro consapevoli del ruolo che al momento l’architetto ha perso e come traete entusiasmo da un intorno ostile, particolarmente in Sicilia?

“Operiamo da anni in Sicilia, a Palermo in particolar modo. Questi ultimi anni di lavoro hanno condensato problematiche progettuali di diversa natura, che hanno prodotto una crescita progettuale in una direzione che ci ha fatto confrontare con l’inserimento di architetture moderne nei centri storici, in un continuo contrapporsi tra la tensione generata dall’architettura storica e le trasformazioni che impone una contemporaneità progettuale.
Ciò che abbiamo sviluppato nel nostro lavoro è stato il considerare ogni progetto come un laboratorio d’idee, in cui un premuroso sguardo alla modernità in continua evoluzione cerca di coniugarsi all’attenta analisi della cultura e della storia locale. Questo ci ha consentito un’interpretazione moderna del divenire di un centro storico, di una borgata nel centro della Sicilia o di altre tematiche di scala diversa per capire ed individuare nuove strategie di sviluppo. La nostra caratteristica è quella di superare prima di tutto l’incessante scetticismo che sta nell’intimo del meridionale, fare tesoro dei nostri valori e provare ad essere propositivi e positivi per riscattare quei luoghi che oggi senza ottimismo e buona volontà rimarrebbero nelle mani del deterioramento. I sacrifici sono enormi, la dedizione e la passione però non mancano. Accogliamo sempre con ingenuo trasporto le suggestioni che la tradizione costruttiva ci trasmette, coi materiali, coi colori, le proporzioni, per poi trasporle al presente, alla attualità”.

Conosco molti dei vostri progetti, avete però un repertorio di opere legate al settore dei Musei e degli Allestimenti, del Design e degli arredi che riguarda opere per lo più di privati illuminati, pronti a sperimentare e rendere unici i loro ambienti. Dove ricercate gli elementi funzionanti per la elaborazione di un opera contemporanea che soddisfi le esigenze dei committenti attenti ai cambiamenti del vivere moderno?

“Alvar Aalto scriveva che si deve sempre ricercare una sintesi degli opposti e che tutti gli incarichi progettuali comprendono spesso decine, spesso centinaia e talvolta migliaia di fattori diversi e contraddittori, riuniti in una armonia funzionale soltanto dalla volontà dell'uomo. Questa armonia, scriveva Aalto, può essere raggiunta solo attraverso l'arte.
Il nostro percorso progettuale comprende una architettura dell'inclusione, ovvero consente sia al frammento, sia alla contraddizione e alla improvvisazione, uno spazio espressivo durante le fasi di lavoro. Nasce così il “contemporaneo” quello di cui tu parli, ma io credo che sia un processo naturale, forzato solo nella scelta coraggiosa di materiali nuovi, non ancora radicati nella coscienza di tutti, ma estremamente duttili. Un esempio per noi significativo è il Progetto di Recupero e parziale ricostruzione di un edificio che si affaccia su Via Salita S.Antonio, strada di collegamento tra la Via Vittorio Emanuele e Via Maqueda a Palermo. Le pessime condizioni di conservazione in cui versava l’edificio esistente hanno dato luogo ad una serie d’interventi mirati al suo completo recupero e destinazione ad uso residenziale, secondo le direttrici operative contenute nel Piano Particolareggiato Esecutivo del Centro Storico, cercando tuttavia, nel caso della ricostruzione, di operare secondo la ricomposizione di uno spazio in cui preesistenze storiche dialogassero con elementi moderni. La nota distintiva del progetto sta nel “ponte” di acciaio e vetro che sovrasta l’ingresso al cortile, costituendo una ricucitura con il passato, infatti l’arco d’ingresso in pietra arenaria, contenuto tra l’antico paramento murario, con doppia arcata sovrapposta, ed il grande arco sul fronte principale, viene ricostruito e utilizzando un linguaggio architettonico del presente si è dimostrato come l’architettura contemporanea può dialogare con quella storica”.

Quali sono i parametri che usate nei confronti della Progettazione degli spazi contemporanei, trovate delle difficoltà nell’intendervi con maestranze e artigiani ancora non istruite e pronte a mettersi alla prova col contemporaneo?

“Noi pensiamo che tutte le forme, gli spazi interni ed esterni devono essere pensati attraverso un uso adeguato di materiali. L'architettura è nella pietra, nel metallo, nel legno, nel verde e nel paesaggio, tutto per raggiungere una qualità della vita alta e per permettere agl individui di identificarsi con i luoghi poiché alla fine l'Architettura è per l'Uomo. Proprio per questo il lavoro con gli artigiani si basa su un dialogo continuo che arricchisce le fasi progettuali in continua evoluzione e perfezionamento”.


Breve Biografia :
adelfio anello architetti

Nel 1997 si laureano in Architettura presso l'Università degli Studi di Palermo con una tesi dal titolo “Progetto di un Museo di arte contemporanea in Via Maqueda”, con la quale affrontano il tema dell'inserimento dell'architettura moderna nel centro storico. La tesi nel 1999 viene pubblicata sul bimestrale “Paesaggio Urbano”. Nel 1998 Enrico Anello apre il proprio studio. Lavora prevalentemente nell’ambito della riqualificazione ambientale. Nel 2000 si unisce allo studio Fabia Adelfio.
L’ attività professionale dello studio adelfio anello architetti riguarda vari aspetti dell’architettura, riunendo le esperienze condotte dai due architetti nell’ambito della progettazione d’interni ed allestimenti, del restauro e della riqualificazione ambientale e nel campo del design.
Il loro lavoro è stato pubblicato in prestigiose riviste italiane e straniere, quali Paesaggio Urbano, Parametro, Ottagono, L’Architecture d’Aujourd’hui, Concept , Arhitectura, un numero monografico sulla rivista World Architecture Review edito dall’ Università di Architettura di Shenzhen (Cina) nel 2001 e un'altro numero della stessa rivista nel 2009 (World Architecture Review- vol. 24/ no.128 Shenzhen ,China).
Ultimamente sono stati impegnati in progetti di restauro e allestimento museale, quali quello del Museo del Gioiello Antico Siciliano e delle arti Applicate e della mostra “ Architettura norvegese: sulle orme di Sverre Fehn” presso la sede dell'Ordine degli Architetti della Provincia di Palermo.
Di recente sono stati Invitati dalla Municipalità del Distretto di Bao'an (Shenzhen) per partecipare alla conferenza “ International Seminar : Bao'an Central District, Urban Planning and Development Strategy” 26-27 /11/2009, Bao'an, Shenzhen, China.

21 mag 2009

11x11 - Nona Intervista: LUCIA GIULIANO


Lucia Giuliano (Catania, 1972) si laurea presso la Facoltá di Architettura di Palermo nel 1999 discutendo la tesi “Residui di Cittá”, racconto e descrizione dei luoghi subalterni della cittá contemporanea. Dopo il master “Historia, arquitectura, arte y ciudad” svolto nel 2002 presso la Univesitat Politécnica de Catalunya di Barcelona, frequenta presso il dipartimento di Proyectos Arquitectónicos della stessa universitá il corso di dottorato di ricerca. Dal 2000 collabora stabilmente con lo studio Arata Isozaki y Asociados di Barcelona, lavorando ad alcuni dei progetti che l’architetto giapponese ha realizzato in Spagna, tra cui il complesso di residenze Isozaki Atea di Bilbao, l’edifico per uffici Distrito 38 a Barcelona in collaborazione con lo studio ForeignOffice Architects di Londra, il progetto di interni della decima pianta dell’Hotel Puerta America di Madrid,il complesso di 154 abitazioni pubbliche, promosso dal Comune di Madrid nel quartiere di Carabanchel, ed altri.
Insieme a Luca Bullaro e Chiara Rizzica nel 2001 vince il primo premio del concorso Misterbianco Città Possibile bandito dal comune di Misterbianco (Catania) e nel 2005 è ammessa alla seconda fase del concorso “5 Piazze Botaniche” bandito dal Comune di Catania e da In/Arch Sicilia.

Per leggere l'intervista clicca sul Titolo

Il link dell'Evento: 11x11

INTERVISTA

1. Spesso si fa una gran confusione nel definire il lasso di tempo che racchiude le opere di architettura “contemporanea”. La Storia contemporanea è il periodo storico che parte dal Congresso di Vienna ad oggi (193 anni). L’Arte contemporanea si riferisce all’arte creata nel presente ed include generalmente tutta l’arte creata dalla fine degli anni sessanta del XX secolo fino ai giorni nostri (circa 40 anni). La Musica contemporanea è quella composta nel XX e nel XXI secolo. Il Teatro contemporaneo è quello che si è sviluppato in un periodo compreso tra gli inizi del Novecento e i giorni nostri (circa 30 anni). Qual è, a tuo parere, l’intervallo temporale corretto che definisce l’architettura contemporanea?

Contemporaneo Qualche mese fa la facciata dell’Altes Museum di Shinckel a Berlino era dominata da un grande neon dell’artista Maurizio Nannucci che recitava a grandi lettere “All Art has been contemporary”.
L’architettura, come l’arte, é sempre espressione del proprio tempo e sempre rappresenta la contemporaneitá della societá che la produce.
L’architettura contemporanea di oggi é l’architettura che esprime il momento storico che stiamo vivendo.

2. Per una buona riuscita di opera ci vuole un buon architetto, un committente illuminato e una buona impresa. Per l’esperienza che tu hai potuto maturare all’estero, puoi indicare che peso hanno questi 3 fattori nella realizzazione di un’opera?

L’ideale é la coestistenza delle tre cose. Ognuna, infatti, puó avere un peso determinante sulla riuscita di un opera. Un bravo architetto puó comunque (o deve) sempre correggere il tiro di un cattivo cliente e di una cattiva impresa.

3. Riguardo l’architettura contemporanea, l’Italia negli ultimi anni sta tentando di recuperare il grosso divario con gli altri stati europei e lo sta facendo lentamente. Una importante tappa a livello nazionale è stata l’avvio del P.A.R.C. “Direzione Generale per la qualità e la tutela del paesaggio, della qualità del progetto e dell’opera architettonica e urbanistica”. La Sicilia ha recepito le direttive ministeriali con l’istituzione del D.A.R.C. Sicilia e ad oggi l’attività del Dipartimento per l’Architettura e l’Arte Contemporanea rappresenta un punto di riferimento per tutti i professionisti e gli enti che operano nel settore avendo già all’attivo il patrocinio di ben 12 concorsi internazionali entro il 2009. Qual è il tuo parere sull’attività del D.A.R.C. e sui possibili cambiamenti e i contributi che la sua istituzione potrà apportare nella cultura isolana riguardo l’architettura contemporanea?

Mi sembra fondamentale che istituzioni come il D.A.R.C. promuovano e sostengano l’architettura contemporanea in Sicilia. Quello che bisogna evitare peró é rimanere chiusi nella nicchia degli architetti. L’architettura contemporanea all’estero funziona perché é voluta dalle amministrazioni e dalla gente comune. Senza questo gli architetti sono soli.

4. Qual’è l’esperienza che ha lasciato un segno indelebile nel tuo modo di progettare?

Piú che un’esperienza in concreto é l’approccio al progetto, il processo e il modo in cui una squadra di persone é capace di portare avanti un’idea edi costruirla.

5. Quali sono gli aspetti che ritieni i più positivi ed i più negativi dell’architettura contemporanea?

Il piú positivo, l’infinita libertá di mezzi e tacnologie che ha a disposizione. Il piú negativo, l’infinita libertá di mezzi e tacnologie che ha a disposizione.

6. L’architettura, al di là delle componenti artistiche, filosofiche e culturali, è anche un servizio professionale che viene reso ad un committente pubblico o privato in regime di mercato a seconda della “domanda” e dell’ ”offerta” del servizio stesso. Ritieni che la scarsa diffusione della cultura architettonica contemporanea in Sicilia e in altre parti d’Europa sia causata dalla mancanza di una “domanda consapevole” circa i necessari requisiti di contemporaneità di un’opera nuova?

Mi sembra che quello che manchi sia proprio la consapevolezza della necessitá di spazi e luoghi contemporanei che accolgano le funzioni delle nostre cittá, che migliorino i servizi, la qualitá dello spazio urbano, delle infrastrutture.

7. Conoscendo la realtà siciliana ed in particolare di una delle città che conosci meglio, quale opera di architettura potrebbe risultare fondamentale per lo sviluppo del territorio?

Purtroppo non credo che una sola opera di architettura possa cambiare le nostre cittá; non basterebbe un Guggenheim come a Bilbao per trasformare la situazione di decadenza del nostro territorio. Io comincerei piuttosto dallo spazio pubblico, da microprogetti urbani disseminati nelle cittá, azioni di agopuntura su un territorio malato.

8. Qual’è la principale differenza nell’organizzazione del lavoro all’interno dello studio professionale in cui operi rispetto a quella che si ha in Sicilia? (se l’intervistato opera all’estero)

Conosco poco l’organizzazione di uno studio professionale in Sicilia. Lo studio in cui lavoro a Barcellona fa parte di una rete píu grande di studi sparsi nelle cittá in cui Isozaki ha progetti e cantieri (Milano, Shangai e Tokyo). A Barcellona ci occupiamo solo dei progetti locali, ma siamo parte di una trama piú grande e questo garantisce il confronto continuo con quello che si fa altrove

9. Nella realizzazione di un’opera, grande importanza viene data all’effettiva esecutività del progetto; ritieni che l’Italia e la Sicilia in particolare siano ancora indietro rispetto agli standard qualitativi europei riguardo la qualità media dei progetti?

Da quello che vedo siamo indietro

10. L’avvento di internet ha reso di facile visione e diffusione le immagini dei progetti e delle opere costruite. Ritieni che il fascino e la seduzione visiva delle rappresentazioni grafiche ottenute con l’uso degli strumenti di visualizzazione digitale abbia in qualche modo condizionato i criteri progettuali e le tendenze compositive?

Farei una distinzione importante tra le immagini e le rappresentazioni grafiche digitali e l’uso della tecnologia avanzata nella progettazione. Le immagini sono solo un mezzo di visualizzazione e diffusione, ma una bella immagine non fa il progetto.
Quello che é interessante oggi della tecnologia del computer é il livello di controllo e di manipolazione dello spazio a cui si puó arrivare. L’immagine non é, e non deve essere, il risultato. Anche se spesso é quello di cui ci si preoccupadi piú.

11. Si ritiene che lo strumento del concorso di idee sia utile per la diffusione del principio di qualità e di trasparenza di un opera architettonica pubblica. Sei d’accordo con questa affermazione e ritieni che il livello di equità di giudizio offerto dalle commissioni giudicatrici sia mediamente accettabile?

I concorsi sono utili quando le opere si realizzano.Ho visto troppi concorsi fatti in Italia che lasciano solo tracce di giurie e vincitori ma non costruiscono edifici. Isozaki ha vinto 10 anni fa il concorso per la nuova entrata degli Uffizi a Firenze. Ancora non é cominciato il cantiere. E forse non comincerá mai.
Se servono a costruire sul serio, i concorsi possono comunque essere un ottimo strumento per garantire la qualitá dell’architettura.

27 mar 2009

Giovane architetto racconta: Workshop a Seoul 10_20 Gennaio 2009.


Mi fa piacere raccogliere l’esperienza di Valentina Buzzone (27 anni) per tanti motivi, primo fra tutti il desiderio di premiare la perseveranza con cui lei è andata sempre avanti e poi incoraggiare gli altri giovani, soprattutto le ragazze, che si accingono a intraprendere gli studi di architettura.
Valentina è nata a Caltagirone (CT), si è laureata presso la Facoltà di Architettura di Palermo e adesso lavora presso uno studio di progettazione a Roma. Ha partecipato ad un Workshop a Seoul; di seguito vi allego il racconto da lei inviatomi di come questa esperienza la abbia arricchita, fatta crescere e più di tutto motivata.

(testo di Valentina Buzzone).

Quel giorno,come faccio sempre, ho aperto la posta elettronica e tra le varie
e-mail ho letto “ Architettura Catania” etc.
E’ stato grazie al vostro blog che è cominciata questa avventura!

Workshop a Seoul dal 10 al 20 gennaio 2009, saranno selezionati 8 studenti o neolaureati italiani, per la vostra candidatura contattare Claudio etc.
Un po’ per curiosità ma, soprattutto spinta dalla voglia di sperimentare nuove esperienze in campo architettonico, dopo aver preso prima visione del programma, ho mandato il mio curriculum, seppure con qualche remora, considerato il fatto che il mio inglese era molto elementare e al workshop avrebbero partecipato ragazzi non solo italiani ma anche ragazzi della “Westminster University “di Londra e Sangmyung University” di Seoul.
Non avrei mai creduto che avrebbero scelto me, ma qualcosa mi diceva di mandare quel curriculum. Adesso sono grata a coloro i quali mi hanno incoraggiato e permesso di fare questa meravigliosa esperienza, che credo, tutti dovrebbero avere la possibilità di fare.
“Affrontare” un progetto architettonico in una maniera totalmente diversa da quella a cui io sono abituata (cioè quella che l’università di Palermo mi ha insegnato), mi eccitava molto e nello stesso tempo mi impauriva, ma la voglia di conoscere era troppa per non mandare quel curriculum. Dopo pochi giorni ho ricevuto una risposta dall’Architetto Claudio Lucchesi che mi diceva che avrei potuto frequentare il Workshop e che se avevo qualche timore per la lingua l’avrei sicuramente superata, perché “quando si disegna non servono le parole”…! E così è arrivato il giorno della partenza per Seoul e con questo il primo giorno di workshop. Da subito ci hanno diviso in 5 gruppi ognuno dei quali era formato da 3 ragazzi provenienti da Londra , 4 da Seoul e 2 dall’Italia. Il primo è stato un giorno di presentazioni anche se dopo la prima conferenza tenutasi la mattina ci “hanno messi” a lavorare!
Mi sono sempre chiesta se nelle università straniere i metodi di progettazione fossero uguali a quelli nostri o per lo meno uguali a quelli dell’ Università degli Studi di Palermo. Adesso avevo modo di conoscerli! E se anche il tema del workschop ,“ i sistemi parametrici ”, era particolare, perché in un certo senso “ci obbligava” a sviluppare e studiare il nostro progetto in una certa maniera e sotto certi punti di vista, ho comunque costatato che le metodologie di approccio al progetto architettonico non sono poi così differenti tra inglesi, coreani e italiani.
Con il mio gruppo siamo partiti da un’analisi generale del concetto di sistema parametrico per poi orientarci verso uno schema preciso. Quindi dal generale al particolare. Procedimento che ho sempre usato. Sicuramente gli inglesi erano più ferrati riguardo al tema, ma questo perché non era la prima volta che sviluppavano un progetto attraverso questo nuovo metodo. Credo faccia parte del loro programma universitario, differente sicuramente da quello nostro! Ecco, forse in questo le nostre università sono un po’ indietro, dovrebbero mettersi al passo con i tempi, cercare di affiancare a “certe scuole di pensiero” la conoscenza di altre, come quella di Patrick Schumacher, presentata all’undicesima Biennale di Architettura nel suo Manifesto, che poi è quella seguita al workshop. Ma questo probabilmente, deriva dalla nostra storia, dal patrimonio architettonico che ogni giorno abbiamo di fronte.
Lavorare con i ragazzi del mio gruppo è stato molto interessante, stimolante e costruttivo, per nulla faticoso, considerando il fatto che sono stata sempre abituata a svolgere lavori in equipe e a sostenere ritmi pesanti. Come in tutti i gruppi non sono mancati i momenti di scontro, ma non nel senso negativo del termine. Scontro come confronto, che credo abbia portato alla crescita professionale di ognuno di noi. E’ stato bellissimo confrontarsi e mettersi alla prova. Ci siamo dimostrati (coreani, italiani, inglesi) persone aperte, e della nostra diversità siamo riusciti a farne un punto di forza del nostro progetto. Perché mettendo assieme tutte le idee, credo che abbiamo raggiunto un buon risultato. Ognuno ha trasmesso qualcosa all’altro, sia professionalmente che umanamente.

E poi c’erano i professori:
Andrei Yau (University of Westerminster)
Andrei Martin (University of Westerminster)
Claudio Lucchesi (Urban Future Organization, Messina)
HyeongJung Kim (Kaywon School of Art Design)
HungKwon Ko (Suwon Science College)
Jungmook Moon (Sangmyung University)
Professori singolari.
Ci hanno accompagnato per tutto il workshop. Sono stati i nostri maestri. Non c’era giorno che fosse uguale all’altro. Avevi sempre modo di imparare.
Oltre alla fase di ideazione del progetto, all’interno del workshop erano previste delle conferenze-lezioni.
Inutile dire che sono stata veramente colpita dal loro sapere, dal loro modo di trasmettertelo, dalla loro umanità, dalla loro capacità di stimolarci continuamente.
La loro severità nel revisionare il nostro progetto, era accompagnata sempre da una sorta di stupore e contentezza, tutto ciò era stimolante. Nei loro volti vedevi sempre il sorriso, quasi fossero più contenti loro di fare questa esperienza. Era come se avessero modo di imparare da noi. Era uno scambio reciproco. Avevano fiducia nelle nostre potenzialità e cercavano di tirarcele fuori , ogni volta stupiti del risultato!

All’interno dell’organizzazione del workshop, erano previste delle escursioni.
Ho visto svariate architetture contemporanee, anche perché Seoul ne è piena, ma la cosa che mi ha colpito di più tra tutte è il “villaggio di Heyri”. Si potrebbe definire un “experimental place”. Heyri è formato da una comunità di 370 persone, la maggior parte di essi sono artisti, scrittori, scultori, pittori etc. che vivono all’interno di case qualificate da un principio architettonico ben preciso, progettate per lo più da architetti coreani. Ed è straordinario vedere concentrate in un unico posto tutte quelle residenze, diverse per carattere e morfologia. Nessuna dialoga con l’altra, ma messe assieme producono un effetto sconvolgente a mio io avviso. Si potrebbe definire questo villaggio una micropolis. Mai vista una cosa simile.
Sono del parere che per la formazione di un buon architetto sia importante fare tutto ciò, perché vieni messo alla prova, stimolato, la tua mente si apre e ti permette di capire dove sei arrivato e dove puoi ancora arrivare.

IL PROGETTO

Attraverso l’utilizzo del Diagramma 3D di Voronoi e quindi di precisi parametri scelti, abbiamo strutturato la forma del nostro progetto.
La fonte di ispirazione che ha determinato specifici parametri matematici è stato l’ordine naturale del sistema delle bolle”. In particolare abbiamo analizzato l’impianto di aggregazione di queste ultime.
Questi due ambiti e cioè quello naturale e quello matematico così apparentemente diversi si sono fusi attraverso l’utilizzo di un programma di modellazione quale è appunto “Rhino”.
Si sono cosi generati dei piani che sapientemente aggregati fra di loro hanno originato degli elementi geometrici. Abbiamo così determinato le curve di stile per la definizione della forma dell’oggetto.
Sulla base delle osservazioni effettuate sulle bolle si è poi deciso di aggregare fra loro i singoli elementi , ripetendoli, per determinare così delle situazioni spaziali particolari, partendo dallo studio delle singole facce dei piani a quello volumetrico per poi passare ad un’ analisi del sistema di pieni e vuoti .
Contemporaneamente abbiamo pensato agli aspetti costruttivi, per cui gli elementi sono aggregati fra di loro in modo tale che “l’oggetto” possa sostenersi, a quelli funzionali, ed estetico-formali .
La struttura così realizzata può avere svariate funzioni, ad esempio quella di essere utilizzata come allestimento. Il sistema di pieni e dei vuoti da la possibilità di utilizzare gli spazi come “contenitori “, involucri che ospitano opere d’arte, illuminate in modo diverso a seconda di dove si decida posizionare la luce nelle varie facce dei piani che determinano lo spazio in cui alloggia l’oggetto.
Il materiale pensato per la realizzazione del modello è stato il cartoncino di colore nero e come sistema di giunzione dei singoli elementi si sono utilizzate delle viti.
Nella realtà si può pensare anche ad altri materiali per la realizzazione del modello, il tutto dipende dall’utilizzo che se ne vuole fare. Ad esempio per un allestimento avevamo anche pensato all’utilizzo del policarbonato, che essendo trasparente, permetterebbe di fare filtrare la luce in svariati modi, anche grazie alla diversa inclinazione dei vari piani che compongono l’oggetto.

8 mar 2009

8 marzo : giornata internazionale della donna , ricordiamo l'artista Pippa Bacca


L'opera di Pippa Bacca , nipote dell'artista Piero Manzoni (ricordate la "Merda d'artista") si inserisce in quel vivacissimo corso dell'arte contemporanea che ha avuto nel tema dell'essenza femminile, uno dei suoi principali oggetti di riferimento, ed ha trovato proprio nell'opera di artiste donne la sua principale voce d'espressione.
Le opere di Pippa Bacca spesso e volentieri giocano con i luoghi comuni dell'iconosfera contemporanea, con i pregiudizi e i riflessi condizionati dei comportamenti sociali. La sua dissacrante spinta ironica, nasce da un contrasto dialettico: l'uso dell’uncinetto, ad esempio, tradizionalmente femminile e simbolo di un universo domestico di virtù, pazienza e sottomissione, diviene invece uno strumento di potente rottura iconoclasta attraverso la creazione di patchworks fallici o comunque esplicitamente ammiccanti alla sfera sessuale, talvolta giocati anche in installazioni di natura ambientale.
Lo testimoniano, dagli anni sessanta, le esperienze performative di Carolee Scheeman, Yayoi Kusama, Yoko Ono e Shigeko Kubota, fino agli anni settanta con gli interventi di Leslie Labowitz, Valie Export, Ulrike Rosenbach, Lynda Benglis e Gina Pane, sulla scorta delle teorie filosofiche-psicoanalitiche di Luce Irigaray. Nel 2008 le due artiste Pippa Bacca e Silvia Moro , in abito da sposa , diedero vita ad un progetto di forte impatto culturale percorrendo in autostop i paesi del Mediterraneo sconvolti da recenti guerre, con lo scopo di portare loro un messaggio di pace, speranza e solidarietà, attraverso il viaggio stesso e una serie di performances di grande valore simbolico.
In Turchia il percorso fu bruscamente interrotto dalla tragica morte di Pippa , barbaramente uccisa(nella foto un opera del 2003 , intitolata "il ventre dell'Architetto" , Spaziozebra, Genova ).

18 ott 2008

Che fine ha fatto la donna architetto?

Sono tutte attrici le grandi donne, mai architetti, poche scrittrici e pochissime si distinguono in politica. Non se ne sente parlare e loro non parlano, nemmeno in un piccolo pezzettino del nostro spazio su architetturacatania. Poi però ci sono immagini on line di tante donne manager ... come a dire quante donne però hanno “potere”… ma a che servono? se nemmeno le comuni mortali riusciamo ad affacciarci in mezzo a una folla di professionisti uomini rivali e accaniti! In Italia il 29% degli architetti è donna. Una percentuale in crescita ma sempre troppo bassa rispetto ai numeri delle iscrizioni alle Università. Molte abbandonano gli studi oppure si laureano e poi non riescono ad intraprendere la professione. In un mio vecchio post qualcuno commentava che in effetti le donne architetto a volte sembrano delle casalinghe disperate, e aggiungeva che se i risultati sono buoni ... poco male! Dunque l’esclusione della donna dalla creazione degli spazi è tuttora reale. Non si accetta che la donna possa progettare in modo assolutamente diverso da un uomo, ma alla fine l’architettura è sempre architettura non è né uomo né donna. Oggi «il modello di cittadino è maschile» proprio come scrive la spagnola Marta Román, specializzata in relazioni tra lo spazio e il genere, e che le città sono pensate “da e per” gli uomini e che questo modello urbanistico tradizionale esclude tanto le donne, quanto le altre persone, siano essi bambini o anziani. Altro che abbattimento delle barriere architettoniche... se ne parlava dal 1971, poi la Legge nel 1989. Oggi non si vedono cambiamenti radicali soprattutto in Sicilia. Così è per la crescita delle donne architetto. Ma se non demoliamo una credenza sgradevole come questa che può essere cambiata tramite l’educazione alla cultura e le pari opportunità non avremo mai una città a misura di essere umano (donna/uomo).
Eppure le competenze manageriali che tipicamente si riconoscono alle donne sono la capacità nelle relazioni, l’attenzione alle persone e ad una migliore qualità della vita. Ecco dunque, perchè non sfruttare tutte queste risorse? il che non significa relegare tutte le donne a fare ciò di cui l'uomo è stanco, ma ciò che l'uomo non è capace a fare al meglio. Nel mondo dell’Architettura contemporanea i nomi che più si sentono e che corrispondono davvero alle grandi del nostro tempo sono: Zaha Hadid, Benedetta Tagliabue e Gae Aulenti, esse nel loro lavoro hanno ben reso il concetto di esistenza di diversità in ambito progettuale, consapevoli della ricchezza che può portare all’intera società. E’ importante alimentare il dialogo tra i diversi modi di interpretare la realtà ed è fondamentale sostenere il progresso e la valorizzazione della donna nella professione di architetto.

Vi segnalo un libro:
Gisella Bassanini, "Per amore delle città. Donne, partecipazione, progetto"