14 giu 2008

Storia e Avanguardia


Villagio medioevale o villaggio "contemporaneo" di Leon Krier?
La risposta e' ardua, l'interrogativo piu' evidente e' invece se sia giusto progettare come 500 anni fa.
L'obbiettivo reale del post e' infatti rispondere ai commenti di alcuni lettori che vedono nell'architettura contemporanea una terribile minaccia per i centri storici delle nostre meravigiose citta' piuttosto che considerare tali riprosizioni una assurdita' o un "falo storico"
Vorrei precisare che la ricerca di nuove forme espressive e le sperimentazioni tecnologiche, non sono in linea teorica dei fatti negativi ma rappresentano spesso la possibilita' di produrre nella societa' cambiamenti positivi.
La storia e' un continuo, ci viene molte volte raccontata come un susseguirsi di fase in contrapposizione tra di loro ma in realta' nessun periodo storico nega totalmente il suo passato percio' e' sbagliato affermare che l'architettura contemporanea nega il passato, le opere di Siza, Piano, lo dimostrano, eppoi ci sono tanti modi per comprendere la lezione del passato, non solo quello estetico.
Il desiderio di sperimentare, di creare qualcosa di nuovo, di uscire dagli schemi e' una delle poche cose che, nella nostra professione ci mantiene vivi intellettualmente.
A coloro che criticano l'architettura contemporanea affermando che si tratta solo di un fatto di moda rispondo che la storia dell'architettura e' sempre stata piena di architetti alla moda, (vedi gli scontri tra Bernini e Borromini nel Seicento)e che pochi sono stati i geni (Brunelleschi, Michelangelo, Gaudi', Wright, Le Corbusier)
A coloro che inneggiano al passato consiglio di osare, perche' e' impensabile gestire le citta' moderne ancora come se fossimo nell'800.
A coloro che invece filosofeggiano sui termini, ricordo che l'avanguardia in senso stretto indicava nell'800, alcuni pensatori francesi di sinistra come Henry de Saint-Simon e che poi fu applicata per indicare i movimenti artistici del primo Novecento, se Brunelleschi non fu mai di "avanguardia" e solo perche' semplicemente nel 400 non esisteva il termine, altrimenti sarebbe stato piu' di avanguardia di Picasso. Come si potrebbe infatti definire uno che su una chiesa treccentesca osa edificare una cupola mai pensata prima, sperimentando attrezzature di cantiere che avrebbe superato secoli. Chissa' che avrebbe detto Leon Krier?

Qui il resto del post

15 commenti:

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

Il tuo post più che un commento richiederebba un altro post e anche più, ma proverò ad essere più sintetico possibile.
1) L'architettura è per la gente e non per architetti o ingegneri. In medicina, i medici dovrebbero (sottolineo il condizionale) lavorare per i pazienti, curarli per farli stare meglio, ricercare per curare nuove malattie, non ricercare per diventare famosi. Una nuova cura dovrebbe (e sottolineo ancora il condizionale)essere utilizzata solo se utile all'uomo. In architettura è proprio la stessa cosa. In architettura la ricerca, che non intendo escludere affatto dallo scenario, non può diventare fine a se stessa(è ricerca e quindi è giusta)e soprattutto non si può fare solo ricerca perchè la gente ha bisogno di edifici in cui vivere bene, non di esperimenti.
Sai perchè penso questo? Perchè ogni architettura comunque resta, e cambia la città, l'ambiente in cui vive l'uomo. E ogni ricerca si somma all'altra, e tutto resta lì, per secoli. Se queste ricerche sono sbagliate, e il più delle volte lo sono, si creano parecchi danni all'ambiente dell'uomo e all'uomo stesso. Già ogni edificio è sempre e comunque un prototipo per definizione (anche se si utilizzano tipologie sperimentate e storicizzate, perchè possono venire male) figuriamoci con gli esperimenti. Quindi noi dobbiamo rimanere vivi intellenttualmente, come dici, ma non a scapito dei nostri clienti, che sono non solo quelli che ci pagano ma tutti i cittadini.
2)Da qualche secolo si è persa del tutto, nel mondo occidentale, la coscienza collettiva che faceva sì che la città fosse la somma di tanti gesti individuali. Gli architetti avevano compiti limitati ai temi colletivi e a pochi temi privati. La città cresceva senza sostanziali scosse e ci sono stati consegnati quei borghi e quelle città che oggi tutti ci ammirano e noi stessi ammiriamo (non sarà un caso se il centro costa più della periferia). Oggi spetta all'architetto progettare la città, gli edifici, gli spazi pubblici e privati, quindi la nostra responsabilità è fortemente aumentata. Da 60 anni circa il prodotto dei progettisti è palesemente scadente (eufemismo), i nuovi quartieri sono invivibili, le residenze brutte. Tra sperimentazione e speculazione non abbiamo trovato una strada accettabile. Quanto vogliamo continuare ancora?
3)Ma il vero punto centrale è che, sia l'architettura che l'urbanistica hanno regole consolidate e interiorizzate da secoli di storia dell'uomo e della città, fatto parte dell'uomo stesso, regole che sono antropologiche. Cambiarle o meglio stravolgerle vuol dire far vivere male l'uomo, rendergli l'ambiente ostile, nemico. Per questo il paragone con il Brunelleschi è proprio fuori luogo, perchè quella, come ho già scritto, è una sperimentazione tecnica ma non un ribaltamento delle regole costruttive che sono sempre le stesse, cioè la triade vitruviana. Le astratte stanze cubiche monocromatiche, prive di decorazione sono nè più ne meno che celle di galera o di manicomio ma non ambienti di vita per l'uomo. Sono i luoghi della follia e della depressione e su questo il cinema insegna.
Saluti
Pietro Pagliardini

Brontese ha detto...

Rispondo al post di G.D'A. e naturalmente al commento di P.P. esprimendo alcune brevi considerazioni. Credo che la città abbia bisogno di sperimentare forme nuove di architettura, ma questo semplicemente per migliorare la qualità della vita. Abitereste in un palazzo barocco? penso che il comfort non sia dei migliori. Invece quello su cui bisognerebbe indagare è la percezione dello spazio nella sua dimensione globale, da parte del "cittadino", la sua identità. Il vero fallimento del movimento moderno è nell'urbanistica, che ha prodotto in nome del "funzionalismo" le nostre orrende periferie. Dobbiamo ridare agli abitanti una percezione piu corporale della città.Tornando al villaggio medievale: concepire globalmente la città come se fosse cinquecentesca si; ma la risposta è affermativa anche riguardo l'inserimento di architetture "contemporanee". Dove attuare questo? Nei piccoli borghi che risentono dell'abbandono, sperimentare nuovi equilibri urbani nell'ottica turistica dell'ospitalità diffusa.Il nuovo turista fugge dalla città come noi la vediamo; dobbiamo chiederci il perchè.
FURNITTO.COM

Giovanni D'Amico ha detto...

Premesso che non esiste una erita' assoluta e che fortunatamente esistono varieta' di vedute sui vari temi della vita, per cui e' sempre interessante capire le ragioni di chi la pensa diversamente, vorrei ribattere le tue tesi, convinto che la scelta conservatrice, non sia la cura per le nostre citta' e che forse aspiriamo alle stesse cose ma in modi diversi o con linguaggi diversi.
Riguardo al primo punto condivido la tua paura verso un tipo di edificazione autoreferenziale, verso certi slanci eccessive di alcune "archistar" ma non si puo'con questo concludere che l'architettura contemporanea degli ultimi anni non sia a misura d'uomo o che non sia sensibile alle tematiche ambientali.
Riguardo invece il secondo punto, e' indubbio che le citta' medioevali o i piccoli borghi funzionavano meglio delle grandi metropoli odierne, ma parliamo di piccoli agglomerati non di citta' sconfinate.
Non devo certo ricordare che gia' nell'Ottocento si cerco di porre rimedio dai danni del capitalismo, cercando limitare la crescita urbana e progettando citta' autosufficienti ma tali tentativi fallirono, segno che gli architetti non si possono sostituire ai politici o agli economisti nel governare il territorio.
Se la popolazione mondiale che abita le citta', lo scorso anno, ha superato quella che abita i paesi nelle campagne di certo non e' colpa degli architetti ma del sistema economico.
Riguardo infine il terzo punto penso che l'umanita', come la natura d'altronde, si evolve continuamente.
Cambiano il modo di vivere ed abitare gli spazi cosi' come cambiamo gli stili di vita.
Tutto cambia nulla e' immutabile.
Inoltre non e' verso che esiste solo la triade vitruviana, ci sono popoli come gli asiatici ad esempio, che sono del tutto estranei a quel modo di vedere l'architettura, che fino a qualche centinaio di anni fa non conoscevano la prospettiva e che anzi nella semplicita' e nella leggerezza trovano il loro modus vivendi.

Eleonora Butera ha detto...

E per girare il coltello nella piaga vi consiglio di leggere il pamphlet di La Cecla Franco "Contro l'architettura" 2008, Ed. Bollati Boringhieri, così continuiamo a demolire...

Fabrizio Russo ha detto...

Cercherò brevemente di rispondere a P. Pagliardini:
1) il paragone architettura-medicina non funziona almeno non nel senso del Suo discorso. Semmai esiste una similitudine di approccio con il paziente-edificio nella disciplina del restauro ed è tutta un'altra storia che meriterebbe un post a parte. Sia in medicina che in architettura il bravo medico o architetto è colui che riesce a tenersi al passo coi tempi, colui che conosce le tecniche migliori e più moderne per curare il paziente (l'uno) e progettare spazi in cui l'uomo vive o lavora (l'altro). Credo che nessuno preferirebbe rivolgersi ad un medico che pratica secondo gli antichi trattati di medicina ottocenteschi, così come non dovrebbe rivolgersi ad un architetto che gli progetta la casetta in campagna come l'avrebbe fatto un collega del secolo scorso.
2) Sono daccordo che negli ultimi 60 anni il prodotto dei progettisti è scadente (anche se potranno giudicare i nostri nipoti molto meglio di noi con una prospettiva storica maggiore) e ritengo che ciò sia causato da diversi fattori. In primo luogo perche nell'era moderna alla triade virtuviana Struttura-Funzione-Bellezza si è aggiunta la variabile "Economia" che in proporzione ha sottratto più quote alla "Bellezza" che alla "Struttura" o alla "Funzionalità". E' anche vero che la figura dell'Architetto (inteso all'antica come persona di cultura capace di confrontarsi con le sfide della propria epoca) è molto più diffusa e sminuita. Proprio per questi motivi negli ultimi 60 anni si è confusa l'Architettura, intesa come arte del costruire, con l'Edilizia intesa come arte di tirare su immobili con il migliore rapporto qualità-costo. In merito alla nostra responsabilità circa la progettazione dello spazio privato sono daccordo ma bisogna prendersela questa responsabilità confrontandosi con le nuove esigenze dell'uomo e le nuove necessità dettate dal risparmio energetico e le nuove risorse date dalla tecnologia; il tutto senza compromessi storici o copiature.
3) Io non so a quali stanze cubiche e monocromatiche Lei si riferisca ma credo che così si cade nel più abusato dei preconcetti: antico=caldo/accogliente moderno=freddo/asettico che non regge proprio e che banalizzebbe questo interessante scambio di vedute.
Infine vorrei di nuovo ribadire che TUTTI i più grandi architetti del passato hanno avuto il coraggio di proiettarsi avanti e progettare cose per i loro tempi modernissime. Non credo che lo abbiano fatto per auto-celebrazione ma perchè avevano piena coscienza del loro ruolo e della loro responsabilità culturale in relazione all'epoca in cui hanno operato. Questa è la più grande lezione che dovremmo imparare dalla storia dell'architettura.

piliaemmanuele ha detto...

Come Fabbrizio Russo, non sono daccordo con l'accostamento dell'architetto Pietro Pagliardini sul discorso Medicina Architettura, soprattutto perchè la sperimentazione medica richiede anni di sperimentazioni su cavie che per lo più si sa già che finiranno all'altro mondo. Ovviamente una sperimentazione urbanistica non manda nessuno all'altro mondo, però trovo ridicola e rinunciataria la nostalgia alla riga-squadra, perchè questo vorrebbe anche ricordare ai sedicenti difensori della architettura di pietra che la nostra società è pure ben abituata per potersi lamentare, dato che nei paesetti medievali l'equilibrio era dato da esigenze difensive. I vicoli erano fatti in quella maniera perchè così il cavaliere a cavallo non poteva addentrarsi più di tanto. Si costruiva in pietra per lo stesso motivo, non certo per mancanza di legname o fattori culturali, dato che anche in regioni lignee si è cominciato a costruire in pietra. Gli obribri urbanistici del nostro secolo non derivano dalla modernità dell'architettura, tra le altre cose. Il post citava Gaudì, del quale tra una sua architettura ed una di Maurice Nio o Lars Spuybroek non vedo la differenza. L'unica cosa è che i secondi guidano l'avanguardia dei nostri giorni. L'ambiente in cui vive l'uomo ha bisogno di essere modificato, altrimenti si diventa schiavi delle abitudini. Come è un frutto della nostalgia la rivalutazione dei film trash italiani anni 60-70-80, lo stesso lo è la rivalutazione della architettura palazzara del tardo '800.
Non sono nemmeno daccordo sulla perdita della dimensione collettiva dei progetti, soprattutto se pensiamo al fatto che non è l'architettura a publicizzarsi ma bensì le riviste ed i finanziatori. Le città ora hanno molti più luoghi pubblici che un tempo, e questo è inconfutabile. Chiunque mi parli delle piazze rinascimentali e barocche si scorda del fatto che poi si sono costruite anche altre piazze. Ci tengo a precisare che io sono contro la perdita del patrimonio storico, e non considero la "nostra" architettura superiore a quella dei tempi passati. Ma nemmeno inferiori, e non ho nessun senzo di colpa o di inferiorità verso l'mille***ento

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

Nei commenti ci sono un sacco di spunti e idee interessanti ma all'una di notte è troppo tardi per raccoglierle. Su una, tra le altre, mi trovo totalmente d'accordo, quella di Brontese che attribuisce la maggior parte delle responsabilità del fallimento delle città all'urbanistica, più che all'architettura. Ha proprio ragione, la vera sfida è questa. Una città urbanisticamente corretta può sostenere anche edifici brutti ma una città sbagliata resta tale anche con belle architetture. Se si guarda una borgata romana abusiva in pianta è molto più città dei quartieri progettati.
Però anche in campo urbanistico restano atteggiamenti diversi e contrastanti. Io non sono urbanista ma credo che i principi giusti siano quelli di Muratori, di Caniggia, di Maffei che, invece non sono particolarmente seguiti. Ma, anche in questo caso, si ritorna ad un modello che esclude il lotto con l'edificio nel mezzo, prevede le strade racchiuse da edifici, gli isolati e non disegni astratti sul foglio di carta. C'è una certa relazione e una coerenza tra urbanistica e architettura. Se ci si affida troppo alla creatività, anche in urbanistica si commettono gli stessi errori che in architettura.
Saluti
Pietro

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

La partita di calcio l'ho guardata, il dopo partita non mi interessa proprio e allora scrivo.
A Giovanni dico che non voglio fare comunità autonome autosufficienti, non mi piace e non mi interessa l'utopia. Diversa cosa è costruire riducendo la logica dello zoning che prevede: qui si abita, lì si lavora, di là ci si diverte: tre retini diversi e sembra tutto risolto.Risultato: spostamenti spaventosi e concentrati. E' il modello di tutte le nostre città dal dopoguerra. Costruire nuovi quartieri fatti di un mix di residenza, commercio, uffici e anche qualche attività produttiva mi sembra che sia una proposta piuttosto ragionevole perchè aumenta la varietà urbana e riduce un pò gli spostamenti. Sia chiaro, io non penso di risolvere i problemi di Città del Messico ma, se avete visto a Report il servizio su Roma, vi sarete resi conto che averli progettati con maggiore attenzione e aver mescolato varie funzioni e magari con un disegno urbano sul modelo delle città storiche, forse avremmo creato luoghi più vivibili e simili a città. Non è facile, certamente, ma vale la pena provarci.
A Fabrizio dico che la medicina è sempre alla ricerca di nuove cure per far vivere meglio gli uomini ma l'architettura ha a che fare con l'antropologia, cioè con quell'insieme di natura e cultura che è l'uomo e la natura non devi credere che cambi così facilmente; non puoi costringere l'uomo a vivere in un ambiente totalmente artificiale senza che la sua natura non si ribelli. Pensa, al limite, agli astronauti costretti a vivere a lungo in un ambiente simile: dopo qualche mese devono essere sostituiti. La cultura cambia, è vero, ma i modelli abitativi interiorizzati da secoli non possono essere sconvolti in 60 anni senza che l'uomo non ne risenta. La rivolta nelle banlieue francesi è anche, non solo, il sintomo di un disagio ambientale e di un degrado di cui gli architetti portato parte di responsabilità. Sono del parere che l'architettura forse non migliora l'uomo ma certamente lo può peggiorare.
Per evitare, giustamente, la banalizzazione antico=caldo, moderno=freddo consiglio di leggere Anti-Architettura e Demolizione di Nikos Salingaros, lui certamente riesce a spiegare meglio di me perchè certa architettura è dannosa per l'uomo.
Comunque deve essere chiaro che io non sono affatto contro tutta l'architettura che non sia antica, anzi; credi che a me non piacciano certe opere di Herzog e de Meron, ad esempio? Ma è l'idolatria, l'ideologia che viene generata intorno a queste che è dannosa perchè provoca una ricaduta tale che che ognuno si crede un Herzog e appena può riempie la città di schifezze. E' un tipo di cultura da rock-star completamente sbagliata.
Nelle altre professioni, compresa quella medica, il lavoro e le acquisizioni precedenti diventano bagaglio essenziale da cui partire. In architettura no, ogni volta è tabula rasa e ognuno crede di essere un genio e poter di ricominciare daccapo. Tutto ciò è semplicemente demenziale.
E poi non mi piace il pensiero unico.
Pietro

maurizio zappalà ha detto...

Beh, le mie posizioni in architettura con quelle di Pagliardini, stanno come “Verdana” a “Times New Roman”!!! scherzo ma non troppo! Lei mi stupisce perché ha certezze! E riferendomi ad un nostro scambio "epistolare", uno di noi ha torto!!!Quasi, quasi non La invidio!!Credo, senza scherzare che i passatisti, abbiano la presunzione di avere in tasca la formula per risolvere i tumori della città. Pensano di rendere vivibile la contemporaneità, imprigionandola nei limiti dell’aborto urbano e riscattata nell’imprecazione contro i tempi moderni, volta, vale a dire al passato senza “metropoli”, in spazi ed edifici lillipuziani. Il ritorno al passato contro il Satana della contemporaneità. Incapaci di capire il nuovo, di usare i materiali con cui si presenta il nuovo, smarriti dalla possibile commistione di vecchio e nuovo, pensano tuttavia, per esempio, a città completamente nuove - come Vema o EveryVille - resecate dai vecchi insediamenti e costruibili con i criteri scolastici che presumono siano stati alla base delle vecchie città, dimentichi che il vecchio edificato è una stratificazione di epoche e di stili diversi, di antico e moderno. La città è un organismo vivente, complesso, in trasformazione continua, impianificabile! E certo, nè “new urbanism” o PRG canonici ci aiuteranno nei prossimi decenni! La città è un luogo di scontro e di incontro, di progetti, di sogni, di intemperanze, di insufficienze, di azzardi di generazioni diverse, passate e presenti. Il territorio di una città è il campo di Marte dove si fanno guerra istanze diverse opposte di depredazione dello spazio dove “spaziano” sogni, bisogni, oltranze estetiche, abusi formali, esercitazioni calligrafiche. I passatisti, ribadisco, sono larve, incorniciate nelle cadenti aule dell’Accademia snervata ed incartapecorita ma sempre spocchiosamente accomodata in cattedra a dare lezioni di Gusto e di Ornato e di Teleologia. Per darsi un sussulto apparente di vitalità, buono soltanto a scuotere le loro parrucche, s'inventano magari l’anacronistico “ripristino tipologico” (bah!), perché non riescono a sopportare che un palazzotto barocco, insignificante, sia demolito e ricostruito con il linguaggio contemporaneo, fatto magari di vetro, acciaio, titanio o altro! Antonio Sant'Elia, ci aiuterai tu a fare del nostro paese un luogo ospitale per Eisenman, per Pietro…?

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

Gent.le Maurizio Zappalà
su una sola cosa sono d'accordo con lei, e cioè che la città è un organismo vivente. Ma, da questo punto le nostre opinioni si dividono. Per me gli orgnaismi viventi rispondono a leggi precisissime, complesse quanto vuole, ma precisissime. C'è chi queste leggi le attribuisce ad un Essere Superiore, c'è chi le attribisce alla natura e basta, ma sempre leggi sono.
Mi sembra che Lei confonda la complessità con la confusione, la difficoltà di scoprire quelle leggi con la mancanza delle leggi stesse. Se la scienza avesse ragionato come fa Lei ancora ci accenderemo il fuoco con due pietre!
Quanto al fatto che Lei considera, un pò superficialmente, e non se ne abbia a male, gli "antichisti" come persone insicure che si affidano a certezze per la paura di confrontarsi con la realtà, mi creda, commette un grave errore, dimentichi la psicologia. Non mi piace citarmi, non lo faccio mai nel mio blog, ma se ha la pazienza di andare a vedere il mio sito professionale vi troverà qualche schifezza, certamente, ma vi troverà progetti che hanno tentato (magari senza riuscirci) di essere moderni, in specie di edifici per la produzione, dove l'immagine richiesta è quella.
Io conosco la "modernità", sono nato come architetto nella modernità; non me ne pento ma mi pento dell'arroganza che ho avuto nell'aver perso tempo a non studiare di più gli antichi che, mi creda, hanno molte cose da insegnare a noi contemporanei.
La Sua visione del mondo, che definirei di "certezza del relativismo" (una chiara contraddizione di termini)che va bene tutto e il contrario di tutto può essere adattissima a scrivere un libro ma nella città produce come ha prodotto solo danni.
Cordiali saluti
Pietro Pagliardini

maurizio zappalà ha detto...

Senta, Pagliardini, stia attento alla parrucca! Le sue "leggi" somigliano tanto al "calepino" di Don Lollò! Il personaggio chiave della famosa novella pirandelliana la Giara. Fuor di metafora, un’urbanistica becera e obsoleta (da Samonà in poi) ha programmato e “legiferato” secondo il suo amato zoning (sic!), attraverso “calepini” chiamati in gergo "norme di attuazione"! Persino Zevi nel 1997, incazzato, diceva: “…non solo lo zoning, ma tutta la metodologia del piano urbanistico è in crisi, poiché l'architettura di "grado zero" preme, batte infuriata, chiede e pretende libertà, non sopporta più di essere incasellata, coartata, stretta entro confini, determinata dal di fuori...Se finora, per convenzione teorica, l'urbanistica ha preceduto l'architettura, adesso dobbiamo invertire la sequenza, affinché gli assetti territoriali scaturiscano dal basso, democraticamente, senza più distinzioni conflittuali tra esigenze collettive e private, senza fughe evasive nelle nozioni di luogo e contesto..., l'action-architecture come l'espressionismo astratto, nasce sugli eventi e non sulla loro rappresentazione. Tutti questi valori vanno recuperati, reinterpretati e aggiornati, rilanciati in nuove versioni se vogliamo che la paesaggistica graffi e non sia solo consolatoria...” L'interpretazione dei fenomeni artistici e teorici che caratterizzano il passaggio d'epoca che stiamo vivendo, discute valori, concetti, trend, trasformazioni, a carico dell'azione artistica e culturale quale oggi si presentano. Infatti per differenza con il sistema concettuale dell'Estetica tradizionale si contrappongono, quale evoluzione, nuovi concetti che vanno a sostituire i precedenti.In altre parole e concludo, pensa che l'applicazionre delle sue leggi abbia impedito la speculazione edilizia di palazzi a sei, sette e dieci piani? Abbia evitato il convulso traffico veicolare? Abbia evitato il degrado delle periferie? Si rende conto di quante oscenità sono state realizzate, seppur a NORMA? Se la tenga stretta, stretta la sua "legge" ma stia attento a non soffocare!

Pietro Pagliardini - Architetto ha detto...

Caro Zappalà
guardi che lei può conservare intatte le sue idee e a me la vita non cambia, quindi è inutile eccitarsi troppo. Non capisco cosa c'entri il suo commento con quello che ho scritto io. Non ho citato lo zoning e sono comunque assolutamente contro lo zoning, non ho parlato di Leggi, in senso giuridico o urbanistico ma di leggi della natura cui sottostanno tutti gli organismi viventi e la città è appunto come un organismo vivente, come anche lei afferma. Può darsi che io non mi sia spiegato bene ma, mi creda, tutte le sciocchezze che lei mi attribuisce, le ha lette da qualche altra parte.
Se così non fosse, se ciò che lei mi attribuisce io le avessi effettivamente scritte, consiglio l'autore del blog di bloccare tutti i miei commenti perchè evidentemente sono stato colto da rincoglionimento acuto, improvviso e progressivo.
Cordiali saluti
Pietro

Brontese ha detto...

Contribuisco anch'io alla vostra disputa segnalando un mio post sull'argomento Il "Moderno" nei Centri Storici: Dibattito Aperto
FURNITTO.COM

maurizio zappalà ha detto...

Se devo passare per rincoglionito, non ho problemi! Veda Pagliardini, non riesco ad avere nessun contatto con i "passatisti" e quindi, con il loro passato!Faccio, probabilmente, fughe in avanti! Ma cerco, anche, di non filosofeggiare!Dovrei, altrettanto, puntualizzare le cose che Lei, molto inopportunamente, giudica e stravolge e malinterpreta, o addirittura autisticamente glissa, delle mie affermazioni! Tento di andare oltre! Le "leggi" che siano divine, naturali o giuridiche hanno tutte un presupposto!!!(Regole!!!)
Lei, tenta abilmente di utililizzare la corda della legge per strozzare la legge stessa!Per la prima, non ho avuto, ancora, nessuna apparizione sulla via di Damasco! Per la seconda, mi sembra scontato che maritare la natura con l’artificio fa parte della storia dell’uomo (…passa il tempo e le cose cambiano!!!). La risorsa della Natura incontaminata o della Natura predominante è sempre da “giocare” contro l’antropizzazione, facendo derivare il collasso ambientale dall’eccessiva o brutale presenza dell’uomo. E’ chiaro quanto il paesaggio non sia staticamente immobile e quanto, invece, sia animato da una sua Storia, che è la Storia della Natura, degli eccessi della Natura (terremoti, effusioni laviche, smottamenti, tsunami, alluvioni, inondazioni, etc). La migliore difesa della Natura è quella predisposta dall’intelligenza dell’uomo, dalla antropizzazione. Oggi, anzi , dall’antropotecnologia (Sloterdijk). Per usare un’analogia ritengo che fra la Natura indifferente, muta o autoreferenziale quindi insignificante e la Natura dell’intelligenza, dall’intelligenza amministrata c’è la stessa differenza tra un fatto e una notizia. Un fatto diventa notizia solo se è informato a criteri di comunicazione qualificati; un “fatto” naturale diventa risorsa solo se è raccolta nelle mani dell’uomo. Insomma, se la bellezza di un sito è il suo valore, gli è necessario che si valorizzi il sito con interventi incisivi ed orientati alla salvaguardia della Bellezza, ripeto, bisogna maritare la Natura con l’artificio, il piacere disinteressato del “panorama”, con il tintinnio della moneta, con l’interesse dell’imprenditore turistico. Che, non mi sembra assolutamente amorale o non etico. Anche perché tutte le città europee (tranne per l’Italia, of corse!) e americane hanno puntato sull’investimento estetico e hanno realizzato il finimondo! Per Lei, passatista, un vero e proprio abominio! Me lo consente o si offende!Io, con tutte le “supposte” e i grattacieli “sbiechi” non sono particolarmente “maritato” ma se si deve azzardare, ci stanno anche quelli! Per la terza, e lì, non posso che essere fedele al mio conterraneo Don Lollò, alias Pirandello! E magari, a denti stretti, con Zevi!
Per quanto mi riguarda non è successo nulla, adieu,caro “opposto” .

MARCELLO ha detto...

Salve a tutti, ritengo che l'avanguardia novecentesca non abbia mai voluto cancellare l'ornamento dall'architettura, ma la voglia d'ornamento"nella forma della colonna dorica del grattacielo di Loos". Ma quanta errata interpretazione nell'edilizia e nella progettazione, veramente. Penso che molti giungono semplicemente a condannare qualche stile, ad esempio il Liberty, solo per questioni di gusto troppo "post moderno"; semplicemente, saluti cordiali a tutti.