14 set 2008

In architettura "ampliamento" vuol dire "accostamento"! progettare o duplicare? (1)

Spesso quando si discute del rapporto tra l'architettura tradizionale/antica e quella contemporanea/moderna ci si riferisce solo a grandi interventi dimenticando che quest'argomento riguarda soprattutto l'edilizia residenziale degli interventi più comuni: una casa unifamiliare, una villa in campagna, etc..

Molte famiglie hanno l'esigenza di ampliare la propria casa per un nuovo filgio in arrivo. Anche le piccole imprese devono talvolta modificare l'assetto edilizio della propria azienda per mutate esigenze commerciali. Tutto ciò, leggi permettendo, rappresenta sempre una piccola occasione per fare architettura. Quando ciò avviene nell'ambito di un edificio già esistente di una qualsivoglia valenza storica/architettonica, oltre alle esigenze di carattere funzionale, è doveroso porsi l'amletico dilemma: "progettare o non progettare?"... ovvero: "copiare o non copiare"... ovvero ancora: "adeguarsi fedelmente al linguaggio originale (?!?) dell'edificio o distinguere le varie parti denunciando la loro diversità?". Dalle nostre parti, purtoppo, la domanda non si pone nemmeno. Si dà per scontato che se devo ampliare qualcosa, non sono tenuto a nessuno sforzo progettuale contempèoraneo. Basta "riprendere" quel decoro un pò quà ed un pò là per garantire l'uniformità architettonica senza preoccuparsi troppo dell'autenticità di questa trasposizione. Mi sono chiesto come fanno negli altri paesi ed ho fatto una piccola ricerca sullo stato europeo più attaccato alla tradizione; l'Inghilterra. Come operano i nostri colleghi architetti inglesi in questi casi? Non parlo di Sir Norman Foster o altre ArchiStar ma di piccoli studi che operano anche a scala più ridotta con committenti comuni mortali. E' così che ho trovato "Turner Castle" . No, non si tratta di una pittoresca località medioevale della Scozia. E' invece un piccolo e giovane studio di architettura londinese diretto da Carl Turner (1966) e Cassion Castel (1972) che vanta una interessante esperienza nell'ambito dell'edilizia residenziale e commerciale. E' chiaro che non esiste una ricetta che funzioni sempre quando gli ingredienti cambiano ma mi sembra interessante vedere il risultato di alcuni loro progetti. Anche loro si sono trovati a risolvere qualche "ampliamento" che prevedeva un obbligatorio "accostamento" come nel caso della Slat House, un intervento in cui l'obiettivo era l'ampliamento di un villino del secolo scorso con una connotazione architettonica molto ben definita. Il risultato a mio parere è molto "pulito" (termine caro ai cosiddetti "minimalisti"). Un volume puro in doghe di legno che non ha l'abizione di prevalere sull'edificio esistente. Ne adotta gli allineamenti, gli si accosta e, allo stesso tempo, ne prende le distanze in termini di linguaggio e di materiale. Sul retro, il volume si articola ed avvolge uno spazio interno molto contemporaneo che esprime le nuove esigenze della famiglia committente. Altra realizzazione è la Lift-Up House il cui tema è ll'ampliamento di un edificio industriale in mattoni mediante la realizzazione sul piano di copertura di una piccola residenza.
Anche quì il ragionamento è lo stesso: denunciare il volume nuovo con l'utilizzo di altri materiali adeguando la spiazialità interna alle nuove esigenze contemporaree.
Un altro studio londinese con un approccio simile al precedente è quello di Charlotte Skene-Catlings. Un intervento su tutti è quello per l'ampliamento di un antico edificio nelle campagne londinesi da adibire a residenza di campagna. La Dairy House si presenta oggi con una geometria che ricalca fedelmente la forma dell'edificio originario reinterpretando il rapporto con la luce e utilizzando in modo moderno i materiali della tradizione locale. Il risultato è uno straordinario effetto di trasparenza sia di giorno che di notte che esalta le differenze tra i due edifici che appaiono come due membri della stessa famiglia.... figli di diverse generazioni..... come dovrebbe essere!
Slat House (Turner Castle)








2 commenti:

Pietro Pagliardini ha detto...

Mi piace molto il tono di questo post perché, giustamente, racconta del lavoro di tutti i giorni, quello più accessibile al professionista "comune mortale" e non Archistar. Lo dico io che parlo sempre e solo di Archistar, anzi contro gli Archistar. Ma lo faccio per diversi motivi, il primo dei quali è quello che si mira al bersaglio grosso perchè è quello che da l'esempio e poi perchè è molto più difficile trovare foto e notizie di interventi "normali".
Nel merito: hai portato esempi che non sono certo scandalosi dal punto di vista della dissonanza con ciò che esiste, salvo quella sopraelevazione che, a mio parere, sembra un abuso edilizio. Il migliore è, a mio avviso, l'ultimo, quello a doghe di legno: è un'interpretazione garbata di ciò che già esiste, è l'esempio del fatto che si può essere "moderni" (che sarà poi questa fissazione di esserlo per forza qualcuno me lo dovrà spigare prima che io muoia nell'ignoranza) senza rinnegare la tradizione e volerne prendere le distanze.
Saluti
Pietro

Jonny Tex ha detto...

Bello il lavoro alla base del blog.